martedì 10 febbraio 2015

Nel lungo periodo saremo tutti morti...(J.M. Keynes)




Non è un messaggio triste quello che, nel primo post dell’anno, vorrei comunicarvi.
La frase dell’economista inglese, padre delle teorie espansive, è significativa rispeto al momento sociale e culturale che vive la Nazione.
Una urgenza di cambiamento culturale che purtroppo, nella testa delle società di marketing politico e non, si rifugia troppo spesso nell’elemento della velocità comunicativa e di pensiero ed invece dovrebbe stare sempre più nel solco delle lentezza della comprensione di “pensieri lunghi”.
Non ci si deve stupire a questo punto se ad essere contestata per questo è l’intera società c.d. occidentale rispetto ad un oriente meditativo e certamente meno svuotato dall’uso patologico della rete internet.
Ad ogni modo è lapalissiano che una tale situazione riverbera in ogni piccolo antro della quotidianità; a partire dalla stasi a cui è costretta l’ASP che coamministro (per ragioni che tavalicano ovviamente la sua attività politica), a quella che vive la Città di Barletta, all’immobilismo di una politica generalizzata nella sua interezza e di una società che definire “civile” è davvero un eufemismo.
La staticità di pensiero, sempre più uniforme, e mascherato dalla inflazionata paroal “democrazia” (per la verità sempre più fatta regime oligarchico) sta portando, unico caso europeo, alla mortale assenza di vivacità sociale; ad una rassegnazione personale che si traduce in un rifugiarsi sempre più in se stessi, nel proprio lavoro e nella propria famiglia per evitare di trovare elementi di crescita sociale collettivi che possano realizzare un avanzamento generale della nostra Italia.
La tragicità è questa ed i tempi, sempre lunghi, dei propositi di cambiamento offerti dalle nuove leve della politica, della industra e del ceto composito del lavoro dipendente del Paese non fanno che tendere al rinvio delle questioni sotto forma, mediaticamnte parlando, di una finta accellerazione, di un fare di facciata che nasconde il principale problema nazionale che è il degrado morale e culturale della nazione.
Ovviamente non ho soluzioni, men che mai proposte veloci ed immediata, mentirei me stesso.
Nè posso vedere nell’avvento un un ottimo predicatore come l’attuale Papa o nella elezione di un personaggio serio ma anonimo come il presidente Mattarella, alcuni segnali di cambiamento; quelle a mio avviso sestano moani della storia che viviamo giornalmente che non trovano quell’humus fertile che le faccia definitivamente esplodere in una generalizzato cambiamento.
Posso soltanto sperare ed al contempo lavorare con i poichi che come me auspicano che questo medioevo tecnocratico (purtroppo non è improprio definire così il nostro oggi) abbia vita breve e che almeno tra giovani si torni a discutere maggiormente ed approfonditamente di gandi questioni tralasciando il piccolo personale quotidiano sopravvivere per arrivare a stimolare concetti generali di più larga veduta.
Forse una tale occasione di confronto, se resa permanente, offrirebbe il solo presupposto del cambiamento, che vorrei intravedere, keynesianamente parlando, nel medio periodo nella mia vita.
Ad Maiora.

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