giovedì 6 marzo 2014

L'impellenza della moralità pubblica


"Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare", così parlava Mark Twain a proposito della politica o meglio dei politici.
Inutile dire che sono in totale disaccordo sull’argomento così sinteticamente affrontato ma oggi, nell’era della diffidenza politica, partitica e dell’intera classe dirigente del Paese a tutti i livelli una analisi sul tema andrà pur operata.
Partiamo dall’ultimo dato disponibile, a Barletta in queste ore il capogruppo del PD Pasquale Ventura (già socialdemocratico e candidato in SEL quando io ne ero segretario per poi dichiararsi indipendente il minuto dopo essere stato eletto non sensa un presunto scandalo di un voto comprato) sarebbe indagato per corruzione.
Le reazioni immediate sono due: da una parte quella giustizialista che lo vuole immediatamente condannato a marcire nelle patrie galere e tende così ad allontanare ancor di più la gente dalla politica attiva facendo dell’intera classe dirigente una casta, immaginandola come ceto politico e dunque oggettivamente da allontanare dalla comunità “pulita” impropriamente propagandata come “società civile”.
Dall’altra quella garantista (che sostengo da sempre) la quale troppo spesso si riduce a mera separazione di poteri, lasciando campo libero alla magistratura di condurre le indacini, concluderle e decidere della colpevlezza o meno dell’indagato per poi prendere una decisione politica sempre postuma rispetto ai fatti.
A mio avviso la vera degenerazione è proprio questa, il fatto di lasciar campo libero ad un potere dello Stato anche e soprattutto in questioni che riguardano strettamente la capacità della classe dirigente del Paese di avere una propria funzione di autocontrollo.
È il segno che la “questione morale” da decenni evidenziata dal compianto Berliguer, in primis nel suo partito, è da affrontare in maniera urgente ed in termini assolutamente rivoluzionari rispetto al poco che si è provato a fare fin’ora.
Essere garantisti non significa a mio avviso ingorare gli effetti politici di una indagine, significa invece ottenere nell’immediato e collegialmente uno slancio morale che ridia fiducia al Partito da parte dei cittadini che, ignari spesso delle dinamiche interne allo stesso, fisologicamente vivono un senso di scoramento che, purtroppo, anche e soprattutto i media (ed i loro controllori) tendono ad ingigantire al fine di renderci tutti uguali soltanto perchè si ha la stessa tessera in tasca.
Io sono un iscritto al PD, mi sono candidato, sono stato un dirigente politico, non ho mai ottenuto favori o fatto pressioni a fini personali, la mia storia pubblica è lì a dimostrarlo, per questo non posso pensare di essere paragonato moralmente a chiunque nel mio Partito sia oggetto di indagine o da decenni abbia praticato (anche solo per una ipotesi accuratoria) le suddette azioni.
Non lo posso consentire così come non possono consentirlo i tanti iscritti/e che come me vedono nella Politica l’unica via laica di salvaguadia umana.
Non augurerò, su questa brutta vicenda che ha coinvolto oggettivamente il PD, un buon lavoro alla magistratura con un arrivederci alla conclusione delle indagini; farò invece un in bocca al lupo al Partito, ai vari livelli di segreteria ed al gruppo consiliare il quale, sebbene si apprenda abbia respinto le dimissioni rese dall’indagato, spero trovi il coraggio di una moralità pubblica di corretta spiegazione della questione.
Viceversa saremo costretti a guardare anche quello che rimane del “nostro popolo” soltanto di spalle, il resto delle truppe saranno già scappate altrove e saremo rimasti a difendere un’idea completamente vuota di destinatari.

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