Eravamo solo nel ‘56; quell’anno a Barletta la mattina del 14 marzo, dopo numerosi presidi di protesta davanti agli uffici istituzionali per la mancata corresponsione degli assegni familiari e dei sussidi di disoccupazione, una folla esasperata di quasi tremila persone, uomini e donne, si diresse verso il deposito di viveri della Pontificia Commissione di Assistenza.
Gli incidenti tra la popolazione inferocita e le forze dell’ordine furono inevitabili e, al di là delle versioni piuttosto contrastanti per quanto concerne l’inizio degli scontri, il bilancio della protesta fu tragico: tre morti (Giuseppe Spadaro, Giuseppe Dicorato e Giuseppe Loiodice di cui la foto ne immortala i funerali) e numerosi feriti sia tra i dimostranti che tra le forze dell’ordine.
Fu questo il tragico epilogo di una classe sociale costretta a pagare un tributo di sofferenza (di bisogno come dice la CGIL locale) e di sangue per le questioni irrisolte della società italiana dell’epoca.
Questi i fatti di allora; oggi ripensado a quella tragedia ricordo di averla sotto gli occhi tutte le mattine quando passo da quel vecchio deposito di alimenti e sussidi in Via Manfredi accanto a quello scempio edilizio che è il parcheggio dei pullmann, per andare in centro o a lavoro.
Il malcontento lo si percepisce nelle palazzine difronte a quei luoghi oggi abbandonati, attività che chiudono, contadini a vendere il poco che anno e tanti immigrati che a volte vendono anche il loro copro in casa come si faceva un tempo.
Non so dire se la sitazione sia come quella di quel marzo, non posso saperlo per ragioni anagrafiche, ma la carenza (che sta diventando carestia) di lavoro la si soffre ugualmente ed in tutta la sua violenza e crudeltà.
Solo qualche settimana fa sono stato a consegnare della documentazione presso l’assessorato ai servizi sociali del Comune, la solta scena di “scala santa” davanti agli occhi, la sofferenza, la disperazione, la rabbia, l’incompransione spesso ingiustificata dei funzionari verso quelle persone che chiedono un ausilio alla Città.
Ovviamente la speranza è che il passato, anche il sangue passato, possa insegnare a non ripetere gli errori commessi e soprattutto a non chiamare ladro soltanto chi ruba per il pane.
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