" Kennedy, per una parte importante della popolazione americana che ha vissuto gli anni sessanta – essenzialmente per i neri – è stato un simbolo molto più grande e luminoso della sua concreta politica, delle sue scelte, del suo avanzare zigzagando non sempre in modo meritorio. Persino un nero arrabbiato, settario e comunista come quel mio amico di Harlem diceva che Kennedy non si discute. Il simbolo Kennedy è molto più grande di Kennedy in carne e ossa.
John Fidzgerald Kennedy, detto JFK, è morto giusto cinquant’anni fa, il 22 novembre del 1963, ucciso con dei colpi sparati con una carabina da un palazzotto rosso di Dallas, e precisamente da una finestra del terzo piano inspiegabilmente non controllata dalla polizia mentre passava l’auto presidenziale, scoperta, con dentro il Presidente e sua moglie Jaquelin. Aveva 46 anni, era stato il più giovane presidente eletto e da quel momento fu il più giovane presidente ucciso. Sapete bene quanto si è discusso sul dubbio che Oswald non avesse agito da solo, sapete in quanti credono che JFK sia morto per una cospirazione, sapete che sul banco – virtuale – degli accusati sono andati alternativamente Cuba e l’Fbi, la Russia e la Cia e persino il suo vicepresidente Lyndon B. Johnson, uomo del Texas, in origine un reazionario, che prima di essere nominato candidato alla vicepresidenza aveva affrontato Kennedy alle primarie, nella primavera del 1960, in una battaglia senza risparmio di colpi bassi.
Ma di tutto questo ora a noi interessa relativamente. Piuttosto ci interessa un’altra questione: la sinistra italiana, dopo la caduta del comunismo, dopo la sconfitta del movimento operaio, dopo la globalizzazione, dopo il ventennio lungo del berlusconismo che l’ha così fortemente condizionata e anche permeata, la sinistra italiana, oggi, è kennediana? E cioè: ha vinto alla fine quell’idea né liberale, né socialdemocratica, né radicale, di cercare la modernità, e di cercare – nella modernità – forme nuove di uguaglianza e grande allargamento dei diritti e del diritto, che caratterizzava il kennedismo? Il partito democratico è una specie di erede del kennedismo, e quindi da Renzi e da Cuperlo ci aspettiamo una reincarnazione del vecchio presidente americano?
John Kennedy, naturalmente, è stato e resta un personaggio molto controverso. Si dice che fosse tentato da idee vagamente pacifiste. Ma Kennedy, oltre ad essere stato, formalmente, l’iniziatore della guerra del Vietnam – anche se da alcuni documenti risulterebbe che, prima di morire, si fosse convinto dell’errore e avesse deciso di concludere l’avventura in Indocina – è stato il presidente americano che è andato più vicino alla guerra nucleare, nel 1962, durante la crisi dei missili sovietici a Cuba, quando scelse l’intransigenza. Quel gesto di fermezza lo proiettò nella storia come un grande presidente, ma in realtà in quei giorni l’unico grande fu Krusciov, che accetto di piegarsi e di far tornare indietro le sue navi da guerra, privilegiando gli interessi del mondo sui suoi interessi politici e su quelli sovietici. Kennedy invece aveva privilegiato gli interessi suoi e del suo paese. Però Kennedy è anche quello dei grandi discorsi al mondo ( i discorsi della “Nuova Frontiera”, che erano decisamente di sinistra, il famoso grido sotto il muro di Berlino: “siamo tutti berlinesi”…) e soprattutto è l’uomo che ha aperto le porte alle lotte dei neri contro la segregazione e per l’uguaglianza, ha ricevuto Luther King, ha mandato suo fratello Bob a Birmingnam a frenare le azioni razziste del governatore (democratico e vicino al Ku Klux Klan ) George Wallace, ed è l’uomo che qualche mese prima di morire, nell’agosto del ’63, chiese ai suoi consiglieri il permesso per andare in piazza ad incontrarsi coi manifestanti che avevano invaso Washington ( il giorno nel quale il dottor King pronunciò il famoso discorso di “I Have A Dream”).
Kennedy non era un uomo di sinistra. Veniva da una famiglia sostanzialmente reazionaria (sembra che suo padre, cioè il regista della sua elezione prima a senatore e poi a presidente, avesse simpatie naziste, e il suo stesso fratello Bob, che alla fine era diventato quasi un icona della sinistra mondiale, nei primi anni ’50 collaborò coi tribunali maccartisti), Jfk era fortissimamente anticomunista, non aveva neppure simpatie socialiste. Però – sviluppando anche teoricamente alcuni aspetti della politica di Roosevelt – aveva posto il tema dell’uguaglianza al centro della sua elaborazione politica. E questa era una grande novità e provocò dei forti cambiamenti nella politica degli Stati Uniti. E anche negli assetti sociali del paese e nelle relazioni tra i neri e i bianchi e tra i neri e lo Stato. Non solo durante la sua breve presidenza, che si concluse quando la sua azione – diciamo così – egualitaria, era appena iniziata, ma anche nel decennio successivo, quando Lyndon Johnson avviò il progetto della “Great Society” che si fondava sull’obiettivo – poi fallito – di far sparire la povertà, e persino più tardi, negli anni del repubblicano Nixon, che non smantellò il welfare democratico e anzi lo sviluppò, ad esempio, con l’approvazione delle “Affirmative actions” a favore dei neri e delle donne. Il kennedismo, nella politica americana, continuò a prevalere fino al trionfo di Ronald Reagan e all’avvio della lunga stagione del “liberismo feroce”.
C’è un piccolo particolare del kennedismo che in qualche modo spiega questo fenomeno. E sta nel nome del principale consigliere di Kennedy (quello che scriveva i suoi discorsi celebri ) e nella sua formazione culturale: si chiamava Arthur Schlesinger Jr ed era un grande studioso di Gaetano Salvemini, che aveva conosciuto personalmente. Schlesinger riempiva i discorsi di Jfk sia di idee sia persino di frasi del vecchio Salvemini, intellettuale liberal-socialista, meridionalista modernissimo, fuggito dall’Italia per salvarsi dalla repressione fascista.
E’ pensabile un futuro kennediano per la sinistra italiana? Tema complesso, da approfondire. Per ora una cosa si può dire con certezza: negli ultimi vent’anni la sinistra italiana è stata assolutamente anti-kennediana, proprio perché ha espunto dal suo bagaglio il tema dell’uguaglianza, sostituendolo con quello della competitività, del merito, della compatibilità economica. Non a caso, negli ultimi vent’anni, durante i quali la sinistra ha governato per circa la metà del tempo, i poveri hanno visto drasticamente aumentare la propria povertà e la distanza dai ricchi. I diritti sociali si sono assai ridotti, e anche i diritti civili, ed è diminuita la partecipazione elettorale dei più deboli. E’ una conclusione paradossale, ma è vera. Per ora la sinistra italiana è troppo liberista per poter diventare kennediana. E il suo nuovo idolo, il Renzi di Firenze, forse assomiglia un po’ più a Reagan che a Jfk…"
il ricordo di Piero Sansonetti nel giorno del 50° anniversario della scomparsa di JFK
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