
Siamo al 40%!
È liberatorio, soprattutto se si pensa a chi aveva parlato alla pancia del paese (contagiando anche parte del PD) troppe volte e per troppo tempo.
Ora è presto per ogni commento, anche buono, euforico, trionfalistico, ora è presto.
Ascoltare però il paragone istantaneo tra il PCI del 34% e questo PD al 40% francamente pare assurdo per varie ragioni.
Quella storica è sotto gli occhi di tutti: non è possibile paragonare alcunchè dell’oggi a qualcos’altro ottenuto più di 30 anni fa; la società dell’epoca era molto più semplice, diversamente interpretabile dalla classe politica perché impregnata di tratti ideologici netti e sedimentati, nessuno si sarebbe sognato di prendere semplicemente l’elettorato dell’altro schieramento, semmai il sogno era quello di prenderne anima e militanza.
Dopo l’89 ed il ‘94 tutto questo paragonare non ha davvero senso anche per una ragione politica, la quale è più complessa da analizzare; essa attiene al modello sociale che il Partito vuole rappresentare ed i suoi relativi bisogni.
Sotto questo profilo il PD, questo PD, rappresenta plasticamente il sogno di una certa classe dirigente post-berlingueriana del PCI, quello di veder trasformata la società che rappresentavano in maniera dogmatica tentando (chi più chi meno) di seguire uno schema ideologico in una moltitudine indefinita che considera lo strumento partitico il contenitore, lo spazio vitale buono per l’individuo-leader e per i suoi accoliti senza mai più operare quella scientifica formazione politica ed umana che i partiti della storia d’Italia hanno sempre applicato come regola basilare per la definizione delle nuova classi dirigenti.
Questo modello, sempre più anglosassone della politica attiva, non si pone un problema di rappresentanza sociale, esso vuole rappresentare tutti in maniera personalistica, non ideologica (dunque populistica) dunque leaderistica e troppo spesso semplicistica.
Non penso questo in una accezione esclusivamente negatica dello status quo, è appunto lo stato di cose esistente e predominante che ha imposto ad una visione culturale della politica una visione subculturale più facilmente accettabile anche per gli immediati benefici personali che essa può produrre; in altre parole, è sempre stato più semplice per l’italiano medio preferire l’ottenimento per sé di qualcosa subito che il raggiungimento di un progresso importante ma collettivo.
Il Pci dunque non ha eredi nel PD, né dal punto di vista dirigenziale né da quello ideologico e sotto questi aspetti non è un reato sostenere che il PCI non ha eredi da nessuna parte.
Non può averli nelle politiche troppo spesso contraddittorie del PD e non può averli nella rappresentazione “puritana” data dai compagnucci della parrocchietta ostinati a vivere nella personale trincea dei listoni a sinistra (Arcobaleno, SEL, Altra Europa).
Sotto questo profilo il danno più grosso prodotto alla vocazione di sinistra di quei voti e quelle persone è stato proprio il minoritarismo vocazionale teso alla conservazione di pochissime postazioni politiche (sempre più feudali) restate sempre del tutto individuali.
Pertanto il PCI, come pure il suo storico leader Berlinguer, non va tirato in bello né ora né in seguito, esso va consegnato alla storia come la più bella pagina della sinistra italiana ed europea, dei suoi ideali e dei suoi rappresentati.
Oggi è opportuno secondo me fare altri tipi di ragionamenti non incentrando il proprio operato tra destra e sinistra ma, marxistamente parlando, tra l’alto ed il basso della società.
Giacchè l’epoca dei diritti sembra essere arrivata ad un punto di consolidazione (tranne sporadiche eccezioni di barbarie locali come quelle della FIAT a Melfi) tanto da contaminare anche la Chiesa Cattolica ad un radicale cambio di prospettiva sociale, è la lotta ai c.d. sprechi di chi ha di più senza meritarlo rispetto a chi ha di meno senza meritarlo che giustifica oggi l’agire politico.
Sembra quasi di essere arrivati 200 anni dopo a riscoprire Marx ed il senso della lotta di classe immersi in un altro modello economico; come sosteneva Pasolini tra società del consumismo e quella della decrescita.
Lo scontro politico oggi è semplicemente questo.
Forse Renzi lo ha compreso prima di altri segretari o Presidenti del Consiglio, spero soltanto che aver compreso fino in fondo la natura del problema abbassi il livello mediatico della polemica e lasci spazio ad una migliore organizzazione politica ed una migliore accuratezza nel proporre leggi e riforme di vario genere.
Oggi però è il caso di festeggiare la vittoria elettorale, auguri al PD, all’Italia ed al SUD che in Europa dovrà far sentire con forza le sue ragioni.
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