Sarebbe buona regola, nella vita ma soprattutto in politica, essere in grado, ogni tanto, di ripristinare l’uso corretto delle parole, avendo se possibile memoria di ciò che si dice e si sostiene.
“Serve una Rivoluzione!”, così titolava La Repubblica del 2/9/13 sintetizzando il pensiero di Matteo Renzi il quale alla festa democratica di Genova aveva manifestato la volontà di “guidare” il partito.
Nelle intenzioni del novello leader vi è dunque un cambiamento radicale, almeno a parole.
L’idea del cambiamento radicale aggrada varie fasce di popolazione, anche le meno avvezze a certi termini, perchè sempre più impoverite da scelte radicalmente sbagliate e certamente non adeguate al mutamento socio-economico che abbiamo vissuto negli ultimi 35 anni.
Mi sono chiesto cosa Renzi intenda per Rivoluzione, se una risposta rinnovata alle problematiche o se invece un mero “cambio al vertice”, un mero “lifting” con il quale si avrebbe il coraggio, mai fin’ora avuto, di “reagire” finalmente agli eventi.
Che lo si voglia o no, nell’analizzare certe scelte filologiche non si può evitare il confronto con la storiografia di metà ‘800.
Rivoluzione, dunque, non può che considerarsi l’atto con cui si risponde con mezzi e soluzioni radicalmente nuove (perciò rivoluzionarie) a problematiche socio-economiche inedite, mentre una reazione (pur auspicabile data la catalessi politica del momento) sarebbe da intendersi nel linguaggio sociopolitico come un ripristino di modelli già noti alle mutate condizioni economico sociali che il paese attraversa.
Alla luce di ciò non credo che Renzi abbia in mente una Rivoluzione, la quale peraltro ha tempi di maturazione sociale piuttosto lunghi e processi interni tutti da sviluppare; piuttosto credo nella capacità reazionaria del Sindaco di Firenze il quale fin’ora è apparso soltanto come un flagellatore di cadaverici residuati sociali interni alla nomenclatura del Partito Democratico non avendo affatto proposto idee o politiche rivoluzionare in alcun contesto.
Non è colpa di Renzi utilizzare un linguaggio che non troverà realizzazione alcuna, è il tempo storico in cui si vive tutti che non consente altro.
La confusione (anche culturale) è tale che la società, oramai massificata verso un imborghesimento del tutto innaturale per alcune fasce sociali, non riesce a discernere tra una proposta rivoluzionaria ed una delle tante istanze reazionarie che Matteo Renzi ha propugnato ai quattro venti sin’ora.
Non ha nulla a che fare con la rivoluzione e con l’essere rivoluzionario il concetto di trasparenza (intesa sempre e soltanto dal punto di vista della legalità), di abolizione delle correnti interne al partito, di rinnovamento anagrafico delle classi dirigenti; così come, da un punto di vista esterno al partito, non ha nulla a che fare con l’essere rivoluzionario la proposta politica delle smart cities, della rimodulazione delle regole sindacali e del diritto del lavoro, come delle proposte macroeconomiche di rimodulazione fiscale avanzata sin’ora.
Comprendo bene che in un inizio di nuovo millennio fatto di guerre e di strapotere delle oligarchie finanziarie anche i concetti espressi da Renzi possono sembrare rivoluzionari e persino attenti ai bisogni sociali ma tutto ciò resta, storiograficamente pura illusione.
La classe borghese italiana è alla canna del gas e con la sua debolezza trascina verso il basso anche quei flebili aneliti di rivoluzionarietà lanciati dai movimenti no global locali; l’indebolimento della borghesia del nostro paese ha inevitabilmente arricchito del oligarchie (poche) ancora forti resistenti nei loro esponenti, alcuni dei quali hanno persino raggiunto il ruolo del Governo (si veda l’esperienza di Monti o di Ciampi).
Sperando in un futuro di maggiore chiarezza tra i rapporti socio-politici, sicuro che anche dal punto di vista lessicale e filologico le cose possano migliorare, mi rimetto al concetto di un pensatore di fine ‘800 completamente trascurato oggi ma terribilmente attuale, egli sosteneva che “ … la situazione instabile del credito pubblico offre ai banchieri ed ai loro affiliati nelle Camere la possibilità di provocare delle oscillazioni straordinarie, improvvise, nel corso dei titoli di Stato … il risultato non potrà che essere la rovina di una massa di piccoli capitalisti e l’arricchimento favolosamente grande di giocatori in grande …”.
Per chi, alla luce di tali attualissime considerazioni di Marx, non si rendesse ancora conto della necessità di un vero movimento pensante e rivoluzionario necessario per questo paese io consiglio di abbracciare la causa di Renzi, aspettando tutti un rapidissimo processo di restaurazione dove le oligarchie dominanti possano rimanere placide e sguazzanti nel deserto delle opposizioni.
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